Forse è il momento migliore per sentire il problema coperta

Perché, diciamolo: la coperta non è un oggetto.

È una presa di posizione. Un atto politico domestico.

Motivi seri per cui una coperta non andrebbe mai presa in considerazione

1. Occupa spazio emotivo

Una coperta non si limita a stare piegata: pretende attenzione! Dove la metto? Sul bracciolo della poltrona? Sul divano? Ripiegata “casuale” o “pensata casuale”?

Ogni scelta comunica qualcosa di te che forse non eri pronta a dichiarare.

2. Non è mai della misura giusta

Troppo corta: scopre i piedi nel momento di massimo rilassamento.

Troppo lunga: striscia, cade, si sporca, entra in contatto con il pavimento (che improvvisamente diventa una zona discutibile).

La coperta introduce il concetto di insufficienza permanente.

3. Interferisce con l’idea di stagione

Una coperta in primavera è sospetta. In estate è una provocazione. In autunno crea dipendenza. In inverno, se non è “quella giusta”, diventa delusione quotidiana.

La coperta destabilizza il calendario emotivo.

4. Richiede una gestione post-uso

E, dopo averla usata… non può essere semplicemente “rimessa a posto”: va ripensata.

Piegata male comunica trascuratezza. Piegata troppo bene sembra un set fotografico. Lasciata lì? Disordine intenzionale o resa?

5. Crea precedenti pericolosi

Una coperta oggi, un cuscino in più domani. Poi un tappeto “per scaldare”.

Nel giro di poco la casa inizia a suggerire comfort, e il comfort genera aspettative.

6. È un oggetto silenziosamente giudicante

Se non la usi: perché c’è? Se la usi sempre: perché hai freddo? Se la cambi: perché?

La coperta osserva e non dimentica.

7. Non è mai neutra

Una coperta dice se ti fermi. Se resti. Se accetti l’idea di una pausa.

E questo, in certi momenti, è francamente troppo.

In conclusione:

la coperta promette protezione, ma introduce complessità. Sembra semplice, ma non lo è.

E forse, oggi più che mai, sentiamo il problema coperta perché non parla di freddo ma parla di quanto siamo disposti a concederci.

Forse è un oggetto da considerare con un pizzico di ironia, sì! Ma non è così lontano dalla verità.

Il valore di una soluzione adeguata al problema coperta non sta nel coprire, ma nel non creare attrito.

Perché oggi il comfort non è solo il calore dell’oggetto. È l’assenza di complicazioni inutili.

E solo chi ha davvero gusto sa riconoscere una soluzione che non ha bisogno di essere notata.

Non guardare all’oggetto coperta con lenti predefinite. Non desidero convincere che il mio sia quello tipico del settore di ‘nicchia’, dove spingo ad offrire prodotti simili dei concorrenti  nel misurarmi e come essere performante. Non è una competizione ma la via d’uscita passa proprio dalla capacità di vedere problemi che altri non stanno guardando: progettare attraverso nuove regole.

Ogni progetto nasce da una sorgente creativa che coincide sempre con una persona, quella che ha visto il problema e ha avuto l’impulso di risolverlo.

Fare una cosa ordinaria con uno sguardo diverso.

Il gusto, che permette di distinguere, cosa è mediocre e cosa ha qualità.

Dietro ogni professionista c’è una moltitudine di cose: passioni, interessi, modi di affrontarle, persone che le determinano, capacità che magari non si usano nel lavoro, varie  costellazioni che non possono essere rinchiuse in una qualifica.

Quando si coltiva la capacità di riconoscere il bello in un ambito, questo aiuta a riconoscerlo anche negli altri, e la visione che ne risulta è più completa. 

Maybe this is the best time to feel the problem blanket

Because, let's face it: a blanket is not an object.

It's a statement. A domestic political act.

Serious reasons why a blanket should never be considered

1. It takes up emotional space

A blanket doesn't just sit folded: it demands attention! Where should I put it? On the armrest of the chair? On the sofa? Folded "randomly" or "thoughtfully"?

Every choice communicates something about you that perhaps you weren't ready to reveal.

2. It's never the right size

Too short: it exposes your feet at the moment of maximum relaxation.

Too long: it drags, falls, gets dirty, comes into contact with the floor (which suddenly becomes a questionable area).

The blanket introduces the concept of permanent insufficiency.

3. It interferes with the idea of ​​season

A blanket in spring is suspect. In summer, it's a provocation. In autumn, it creates dependency. In winter, if it's not "the right one," it becomes a daily disappointment.

The blanket destabilizes the emotional calendar.

4. It requires post-use management

And, after use... it can't simply be "put back": it needs to be rethought.

Poorly folded, it conveys neglect. Folded too neatly, it looks like a photoshoot. Left there? Intentional mess or surrender?

5. It sets dangerous precedents

A blanket today, an extra pillow tomorrow. Then a rug "for warmth."

Soon, the house begins to suggest comfort, and comfort generates expectations.

6. It's a silently judgmental object

If you don't use it: why is it there? If you use it all the time: why are you cold? If you change it: why?

The blanket observes and doesn't forget.

7. It's never neutral

A blanket tells you if you stop. If you stay. If you accept the idea of ​​a break.

And this, at times, is frankly too much.

In conclusion:

The blanket promises protection, but introduces complexity. It seems simple, but it isn't.

And perhaps, today more than ever, we feel the blanket problem because it doesn't speak to the cold, but rather to how much we're willing to give ourselves.

Perhaps it's an object to be considered with a hint of irony, yes! But that's not so far from the truth.

The value of a solution that is appropriate for the problem of covering does not lie in covering, but in not creating friction.

Because today, comfort is not just about the warmth of the object. It is the absence of unnecessary complications.

And only those with true taste can recognise a solution that does not need to be noticed.

Do not look at the blanket object through predefined lenses. I do not wish to convince you that mine is typical of the “niche” sector, where I push to offer similar products to competitors in order to measure myself and how well I perform. It is not a competition, but the way out lies precisely in the ability to see problems that others are not looking at: designing according to new rules.

Every project stems from a creative source that always coincides with a person, the one who saw the problem and had the impulse to solve it.

Doing something ordinary with a different perspective.

Taste, which allows us to distinguish between what is mediocre and what has quality.

Behind every professional there is a multitude of things: passions, interests, ways of dealing with them, people who determine them, skills that may not be used in work, various constellations that cannot be confined to a qualification.

When you cultivate the ability to recognise beauty in one area, it helps you to recognise it in others, and the resulting vision is more complete.

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Giocando ‘semplicemente’ con i colori: dove e in cosa a casa?

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La Coperta come elemento di progetto